Il fascino della danza sufi, un eterno cerchio magnetico

Il fascino della danza sufi, un eterno cerchio magnetico

Il fascino della danza sufi, un eterno cerchio magnetico

C’è qualcosa di soprannaturale e magnetico nell’osservare la danza tradizionale sufi, che vede protagonisti i dervisci rotanti in un movimento eterno e senza tempo, nel nome dell’equilibrio spirituale e di una meditazione profonda. Lo scopo di questa rotazione vertiginosa è entrare in un’estasi rituale che accelera fino a far incontrare la mente del danzatore con la dimensione cosmica alla quale egli sente di appartenere. E’ la musica stessa, con il suo inesorabile e ritmato incedere, a suggerire una certa solennità all’intera scena: un fermo immagine perfetto, che parla attraverso l’espressività del corpo e il modo in cui le braccia e il volto del danzatore si trasfigurano nel trasporto mistico. Una devozione di sottofondo trapela lentamente e va a suscitare un innato senso di rispetto verso l’atto in sé della danza. Che è uno spettacolo musicale e anche una cerimonia religiosa, capace di condensare oltre settecento anni di storia ma allo stesso tempo di essere profondamente moderna e comunicativa. Non ci sono mai figure uguali, i danzatori realizzano e interpretano ogni volta entità che sono assolutamente uniche e del tutto irripetibili: appena la musica accenna le prime note iniziano a ruotare senza posa facendo perno su di un piede. Una mano, la destra, è rivolta verso il cielo per accogliere la grazia divina che entra nel corpo direttamente dal palmo. Mentre invece l’altra, che è rivolta verso il basso, rappresenta la sorgente di vita: comunica l’influsso celeste che si scarica attraverso di essa sul mondo mortale.

La simbologia dietro a un movimento perfetto

Ogni cosa e ogni essere vivente che popola l’universo per sua essenza gira: il cerchio è la forma perfetta per rappresentare la forza creatrice della vita. Tutto è rotondo (la nostra Terra, le stelle, le galassie) e il cerchio sta anche a simboleggiare il movimento che compiono i pianeti intorno al sole. I danzatori ruotano all’unisono sul palco al ritmo della musica fino allatto finale: un inchino. Riuscire a imparare il gesto del ‘lasciarsi andare’ serve a divenire parte proprio di quello stesso moto rotativo che è caratteristica intrinseca del Creato. Il cerchio è anche la forma dell’armonia: il movimento della danza sufi è perfetto e immutabile, plasmato da secoli di storia. Nessuna variazione lo riesce a scalfire, è un mix di istanti tutti uguali tra di loro che scandiscono e rappresentano il concetto del tempo. Questa danza tradizionale concretizza e raccoglie in sé un esercizio spirituale interiore, che consente di mantenere un equilibrio che è fisico ed emotivo: un traguardo che è possibile raggiungere solo dopo aver maturato un’esperienza che può richiedere anche degli anni. La parola ‘suf’ in arabo vuol dire lana e racconta in parte la genesi di questa filosofia: i primi danzatori nei secoli scorsi erano infatti degli asceti che popolavano i deserti e avevano come abito solamente una tunica lunghissima e pesante, fatta appunto di lana (che stava a testimoniare la loro rinuncia ai beni e alle passioni mondane), la quale era spesso logora e ricca di toppe. L’abbigliamento del danzatore sufi è esso stesso parte integrante dell’iconicità del gesto: il copricapo ha una caratteristica forma allungata e simboleggia la tomba dell’ego, la tunica è ampia e si apre in una gonna molto larga che scandisce il ritmo del ‘giro’. Questo grande cerchio sta a rappresentare l’infinito ruotare del cosmo intorno al centro dell’universo.

La ricerca dell’equilibrio, tra meditazione e vertigini

Le origini del sufismo affondano nel lontano VIII secolo d.C. tra le regioni di Persia e Turchia, con un’influenza che poi si diffuse e toccò anche l’India. Essendo la natura di questa filosofia decisamente contemplativa, il sufismo ha sempre favorito lo sviluppo di arti che sapessero esprimere l’inconscio umano come musica e poesia. Bisogna andare un po’ più avanti nel tempo, fino al XIII secolo d.C., per trovare traccia dell’ordine dei dervisci rotanti (detto anche ‘di Mevlevi’), che venne fondato dal mistico sufi Celaleddin Rumi. La danza e la musica, secondo la sua convinzione, erano capaci di indurre all’estasi che liberava gli uomini dalle ansie della vita di tutti i giorni. La danza tradizionale sufi, che si compone di distinti e diversi ‘momenti’, è molto lunga: gli sguardi di chi sta intorno si soffermano come catalizzati dalla sinuosità dei movimenti del giro, incuriositi dalla assoluta mancanza del senso di vertigine. Non c’è mai perdita di equilibrio da parte dei dervisci rotanti nel corso della meditazione. Anche la scienza si è interrogata su questo fenomeno affascinante, scoprendo che c’è una predisposizione fisica e strutturale dei danzatori sufi. Essi hanno una plasticità corticale importante, responsabile dello straordinario equilibrio che si traduce nella serie di cerchi concentrici. Una manifestazione di ispirazione divina, che fonde al suo interno tre elementi principali della natura umana. Innanzitutto il cuore che raccoglie tutte le emozioni, poi la mente all’interno della quale risiedono la saggezza e la conoscenza, infine il corpo che – con il ritmico roteare – mette in movimento la vita stessa.

Il ruolo della musica nella danza

La parola derviscio letteralmente significa ‘monaco mendicante’ e sta a identificare i discepoli di determinate confraternite islamiche che – durante il loro cammino di ascesi – si distaccano dalle passioni e dai beni terreni. Appartengono alla comunità dei sufi e si propongono di raggiungere una connessione con la divinità attraverso l’estasi della danza turbinante: i confini del misticismo di questo gesto secolare si intrecciano con le suggestioni di uno spettacolo che è pensato anche per incantare il pubblico. C’è da sottolineare infine il ruolo assolutamente centrale che è rivestito in questo senso dalla musica: è lei stessa a scandire l’intero percorso meditativo, in una totale sintonia filosofica di pace interiore. Durante il giro si alternano o si mescolano abilmente sia voci che suoni. Con l’accompagnamento delicato delle sinuosità del ‘nay’, o flauto verticale, e di piccoli timpani che contribuiscono a dare il ritmo insieme al tintinnio di piatti di rame. Alla danza tradizionale sufi partecipano da un lato cantanti e suonatori mentre dall’altro si trovano il Maestro che sovrintende la cerimonia e poi naturalmente tutti i danzatori. Il loro volto si abbandona lentamente all’estasi, trasudando quella che è l’essenza stessa della spiritualità: una via privilegiata attraverso la quale raggiungere l’immersione del proprio ego nell’armonia universale.